Le città metropolitane per il rilancio del territorio

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L’architettura è definita. Con il nuovo anno quattordici province italiane completeranno il processo di dissoluzione per lasciare spazio alle nuova città metropolitane. Dalle grandi città del Centro-Nord fino ai centri delle isole, sono pronti a partire i nuovi enti che puntano ad aggregare e integrare comuni differenti sulla base della ricerca di soluzioni di problemi che travalicano i semplici confini amministrativi.

Una sfida all’insegna dell’integrazione nell’Italia dei campanili che è allo stesso tempo un’opportunità di rilancio. «Mentre la politica economica europea rimane incentrata su meccanismi prettamente monetari che penalizzano la crescita – afferma Marco Vitale, economista d’impresa -, appare sempre più evidente che i temi legati al nuovo sviluppo non possono che nascere da progetti locali, dalla specificità dei territori».

L’integrazione delle grandi aree metropolitane non è solo una ricerca di soluzioni integrate a problemi sia pur rilevanti come mobilità o ambiente, rifiuti o abitazione, ma acquista valore «solo se si trasforma in un’occasione vera per ragionare sugli aspetti strategici, imparando a fare sistema attorno alle vocazioni economiche e alle specializzazioni dei singoli territori», spiega Paolo Testa, direttore di Cittalia, l’ufficio studi dell’Anci.
Un italiano su tre vive in una delle 14 città metropolitane, che sono quelle a più alta crescita demografica:+5,5% dal 2000 al 2010. Da queste aree esce oltre un terzo del Pil nazionale, con una polarizzazione delle disuguaglianze: secondo i dati di Cittalia, tra i comuni capoluoghi e quelli della cintura c’è una differenza di 6.120 euro di reddito medio pro capite, pari a quella esistente tra Italia e Svezia. È qui che si concentrano le tensioni sociali, come testimonia anche le cronaca recente: in queste aree vivono 1,8 milioni di extracomunitari, oltre un terzo del totale italiano. Ed è qui che emergono le frizioni legate alla richiesta di edilizia residenziale pubblica.

Finora il processo di integrazione è stato guidato dai comuni capoluogo, senza grandi dibattiti: «In molte città ci si ferma all’aspetto amministrativo-burocratico, alla stesura di meri regolamenti di condominio – commenta Vitale – mentre sarebbe l’occasione per ragionare in termini di sviluppo con piani strategicamente intelligenti».
Come fare quindi per evitare che la sfida delle città metropolitane diventi un’altra occasione perduta? Senz’altro c’è un nodo di dialogo che privilegi l’ascolto e la partecipazione: «Non bastano le tecnologie – afferma Mario Calderini, docente al Politecnico di Milano e componente del comitato Agid che sta mettendo a punto il Piano nazionale Comunità intelligenti -, ma bisogna innescare processi di innovazione sociale per affrontare problemi complessi arrivando a comportamenti consapevoli collettivi». In quest’otitca è allo studio uno statuto di cittadinanza intelligente che raccolga i principi per cittadini e pubblica amministrazione che garantiscano un’effettiva partecipazione.

Ma la condivisione si basa anche su sistemi di ascolto digitale e di conversione in intelligenza collettiva: «Oggi sono disponibili tantissimi dati per via digitale, ma che spesso non vengono utilizzati in chiave di governance», afferma Calderini sottolineando come i Comuni debbano proseguire spediti sulla strada di Big Data aperti e trasparenti, base di soluzioni integrate e condivise all’insegna della scalabilità e dell’interoperabilità. I processi decisionali “data driven” sono ancora scarsi, ma molte amministrazioni hanno iniziato a lavorare sui dati mettendo a disposizione portali di Open Data. «In anbito smart city ci sono casi di eccellenza, ma siamo a uno stadio di progetti pilota, di prototipi in attesa di industrializzazione, di messa a sistema territoriale», spiega Testa. L’Osservatorio Smart city dell’Anci ha messo a punto una piattaforma di riuso delle esperienze di piccoli e grandi comuni per condividere i processi e le soluzioni pronta a diventare operativa a inizio 2015. Se ne parla oggi a Torino in un convegno con il presidente Anci Piero Fassino e il direttore dell’Agid Alessandra Poggiani.

Resta il nodo delle risorse. Al di fuori dei bilanci ordinari, ci sono gli 850 milioni messi a disposizione dal Pon Metro e i fondi europei, da Horizon 2020 alla Bei. Ma, sottolinea Testa, «è un’occasione per sperimentare nuove forme di finanziamento», con anche un ruolo diverso del credito tradizionale che dovrebbe saper cogliere l’esigenza di innovazione e recuperare i rapporti con il territorio.

di Pierangelo Soldavini

fonte: http://nova.ilsole24ore.com/frontiere/rigenerazione-urbana-strategica/?refresh_ce=1

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