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Nello stato di crisi in cui versa l’economia e nel cambiamento imponente del sistema produttivo in corso, la città europee non si espandono, ma diventano un generalizzato progetto di recupero di parti di sé stesse, un progetto a cui mancano risorse pubbliche e spesso un disegno generale di sviluppo.

“Nella città che dismette luoghi produttivi e presidi sociali, nell’urbanità che si deve ridisegnare su un tessuto antico, aumentano le fragilità e cresce la domanda di servizi, tra nuove povertà, esclusione sociale, default urbano”.

Sono moltissimi oramai i casi, pubblici e privati, a cui è possibile far riferimento quanto si parla di rigenerazione. Moltissimi e diversissimi tra loro: interventi di riuso, recupero, riqualificazione, rigenerazione di singoli edifici o di interi quartieri, periferie o aree del lavoro; che riportano a valore sociale scarti del costruito urbano oppure che danno nuove funzioni a luoghi industriali dismessi; che convertono spazi inutilizzati al lavoro condiviso e alla nuova imprenditorialità giovanile, oppure si trasformano in luoghi dell’arte e della creatività contemporanea.

Parafrasando Pierre Boulez, che si riferiva alla composizione di musica contemporanea: “è come attraversare una città, ognuno sceglie la strada che preferisce per raggiungere un luogo da un altro; ma per muoversi occorre comunque rispettare alcune regole di circolazione”. Il dibattito oggi riconosce l’azione della rigenerazione quando l’azione – partecipata – riesce a modificare non temporaneamente il presente, a comporre nuove comunità, ricucire parti di città disconnesse, produrre effetti concreti sull’economia, le relazioni, il lavoro, la vita delle persone.

I progetti pilota più interessanti sono quelli che nascono dall’iniziativa privata, da cittadini che si assumono una responsabilità civica o assumono una iniziativa imprevista, che in alcuni contesti più avanzati ha l’opportunità di incontrare la responsabilità sociale dell’imprenditore illuminato o anche le strategie dell’ente pubblico lungimirante.

I Quartieri Spagnoli risultano oggi in una periferia urbana nel pieno centro della città di Napoli, nel distretto in cui, tra Cinquecento e Seicento, l’establishment spagnolo collocò la propria vita e le proprie sedi, in magnifici palazzi dal gusto barocco e post rinascimentale, i cui piani alti continuano oggi ad ospitare l’alta borghesia napoletana, in convivenza con gli strati sociali più bassi, che tradizionalmente abitano nei cosiddetti “bassi” (abitazioni fronte strada di modeste dimensioni e scarsa illuminazione) o in edifici contigui a quelli più antichi e storici, ma di tipologia e sapore nettamente più “popolari”. Sono un’area socialmente problematica, caratterizzata da precarietà e degrado, poco integrata nel tessuto urbano di una delle grandi metropoli italiane; emblema delle contraddizioni della città contemporanea e della inadeguatezza delle ordinarie politiche di intervento pubblico.

FOQUS è un progetto che nasce in un luogo dei Quartieri che fin dal Cinquecento e nei secoli successivi è stato presidio sociale della vita di questa parte di città. Il complesso dell’ex-Istituto Montecalvario – sin dalla sua costruzione di proprietà dell’Ordine delle Ancelle della Carità – si configurava in questi anni come un vuoto all’interno dei Quartieri Spagnoli, un vuoto abitato da poche suore rimaste a presidio di una attività sociale diventata irrilevante nei 10.000 mq che un tempo furono sede di ricovero, scuole e assistenza ai più deboli.
Riprenderne la responsabilità ha significato assumersi il compito di attualizzarne la funzione, dopo cinque secoli in cui questo enorme edificio, posto al centro di un fitto reticolo urbano di bassi, case e vicoli, ha visto crescere ininterrottamente generazioni di proletariato ad alta fragilità sociale.

FOQUS in questi primi tre anni ha innescato una serie di processi, è un laboratorio sociale ed economico, in grado di generare impatto sul territorio, perché produce nuovi servizi (formazione informale, corsi di danza, musica, …) e qualifica quelli di base (istruzione, nido, educazione). Un laboratorio che introduce la presenza di nuovi gruppi sociali (creativi e professionisti) che trascorrono il loro tempo di lavoro nei Quartieri: un consistente numero di persone con doti analoghe, stili di vita aperti, mutevoli, i cui comportamenti innovativi si mischiano con le capacità intellettuali e con la possibilità di stringere fili di relazioni aperte. Questi soggetti sociali che raggiungono quotidianamente i Quartieri e qui trascorrono il loro tempo professionale e di studio, diffondono linguaggi, introducono stili e producono microeconomie, contribuendo ad ibridare i caratteri di cittadinanza di questa periferia storica.
La presenza di imprese che nascono dall’iniziativa di FOQUS e di imprese che invece decidono di spostarsi da dove operavano e insediare la propria attività all’interno di FOQUS e dei Quartieri, determina non solo la riattivazione (su presupposti radicalmente nuovi) di un presidio storico che aveva perso la propria funzione di riferimento per la comunità, ma soprattutto partecipano a un riuso collettivo di una parte di città, generando nuovi modelli di relazioni, economie sociali e solidali.

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